GENNAIO 2022 – Riscontrata in tre cinghiali, il pericolo di diffusione della malattia nei suini italiani preoccupa tutta l’Unione Europea.

La peste suina africana (ASF o PSA) è una malattia a vettore virale che colpisce i suini provocandone la morte in 3-10 giorni. La malattia pur essendo endemica in Africa sub-sahariana, riesce solo in alcuni casi a colpire le popolazioni suine europee: appena 8 casi di focolai registrati in oltre 20 anni. Nonostante la discreta rarità dei casi riscontrati, soprattutto grazie alle misure di controllo messe in atto dall’Unione Europea, la peste suina africana rappresenta un senbile pericolo per l’allevamento in quanto in grado di diffondersi rapidamente e portare alla morte dell’animale in pochi giorni.

 

La malattia non colpisce l’uomo ma solamente maiali e cinghiali, soprattutto se selvatici o allo stato brado e si diffonde con estrema facilità negli allevamenti attraverso:

 

Si manifesta ed evolve molto rapidamente dopo l’infezione generando febbre, calo dell’appetito, paralisi e convulsioni fino a portare alla morte dell’animale. La sua diffusione negli allevamenti è un grande rischio per l’approvvigionamento del settore alimentare e soprattutto per il mercato nazionale delle carni.

 

Finora la sola regione italiana coinvolta nella PSA è stata la Sardegna, territorio in cui la malattia è dichiarata endemica dal 1978 ma il 07 gennaio scorso sono stati riscontrati tre casi di cinghiali morti di peste suina africana in Piemonte (Alessandria) e Liguria (Genova e Savona). Complice la notevole crescita della popolazione di cinghiali selvatici degli ultimi anni, la situazione ha da subito messo in allerta le autorità sanitarie che hanno provveduto a delimitare l’area infetta e definire le misure da attuare per contrastare la diffusione del virus.

 

L’UE di pronta risposta ha esteso alle regioni Piemonte e Liguria un piano speciale di controllo attraverso la Decisione di esecuzione (UE) 2022/28 della Commissione del 10/01/2022. Tali misure emergenziali prevedono azioni di prevenzione e controllo come:

In aggiunta a tali obblighi, sono state diffuse prescrizioni come:

GENNAIO 2022 – Approvata in data 08.10.2021 la proposta della Commissione Europea per bandire l’E171 come additivo alimentare dopo il parere negativo dell’Efsa sulla sua sicurezza per l’organismo umano. Il Reg UE 2022/63 lo vieta definitivamente dal 07 febbraio 2022.

Il 6 Maggio 2021 L’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha pubblicato un parere scientifico in cui si pone in chiara evidenza il potere genotossico e cancerogeno di uno dei più diffusi coloranti alimentari bianchi (E171). A seguito di un’attenta valutazione condotta prendendo in esame migliaia e migliaia di studi a livello internazionale, il Biossido Titanio (TiO2) si è mostrato in grado di danneggiare il materiale genetico delle cellule dell’organismo umano. In particolare, la sua natura nanoparticellare lo rende facilmente assorbibile dalle pareti delle mucose gastrointestinali con conseguente possibilità di accumulo nell’organismo in cui può interagire con il DNA e sviluppare effetti cancerogeni. Per tale motivo, l’additivo alimentare classificato come E171, che contiene circa il 50% di sostanza in forma nanoparticellare, è considerato ufficialmente non sicuro per i consumatori.

 

In quanto sospetto genotossico, non è possibile definire una dose giornaliera accettabile (DGA) per questo additivo che non ha altro destino che essere bandito dall’uso alimentare.

Già nel 2019 la Francia aveva deciso di vietarlo per qualsiasi utilizzo all’interno degli alimenti in quanto da anni ritenuto dall’ANSES (l’Agenzia Francese di Sicurezza Alimentare) nocivo, tossico e cancerogeno.

L’08/10/2021, dopo una forte pressione sulla Commissione Europea, in contrasto con le opposizioni delle lobby industriali e con l’aiuto di diversi altri Stati Membri è stata approvata definitivamente la proposta di divieto in tutto il territorio UE.

Il biossido di titanio nelle produzioni alimentari è usato quasi esclusivamente con la funzione di colorante; si può trovare infatti in salse, creme, confetti, caramelle, dolciumi e altri prodotti di pasticceria che entro i primi sei mesi del 2022 dovranno trovare un’alternativa in sua sostituzione.

Con il Regolamento UE 2022/63, la Commissione Europea vieta l’utilizzo di E171 nella preparazione di alimenti (inclusi integratori alimentari e chewing-gum) a partire dal 7 febbraio 2022, disponendo che le scorte di prodotti realizzati prima di questa data possano essere immessi sul mercato solamente fino al 07.08.2022.

Ancora nessuna notizia sulla possibilità di vietarlo anche nei prodotti cosmetici e nella produzione di farmaci (pastiglie, dentifrici, deodoranti, trucchi e creme), oppure come additivo nella formulazione di plastiche e altri prodotti destinati al contatto con gli alimenti (MOCA) in cui è ben diffuso.

L’ECHA (Agenzia Chimica Europea) ad oggi considera il biossido di titano come “sospetto cancerogeno”, condizione che potrebbe portare prossimamente al suo inserimento in Candidate List secondo il regolamento REACH.

GENNAIO 2022 – Dal 24 marzo in vigore il nuovo Reg. UE 2021/382 che integra il primo regolamento del pacchetto igiene (Reg. CE 852/04).

Tra le novità principali: un approfondimento dell’autocontrollo relativo al rischio di contaminazione da allergeni, l’introduzione del concetto di “cultura della sicurezza” e un approfondimento delle regole per la redistribuzione degli alimenti.

Dodici anni dopo l’ultima revisione del 2009, la Commissione Europea ha emanato il 3 marzo 2021 un significativo aggiornamento al Regolamento CE n°852/2004 sull’igiene dei prodotti alimentari cardine del cosiddetto “pacchetto igiene”.

Ufficialmente in vigore dal 24 marzo 2021 questo aggiornamento introduce importanti novità in materia di:

 

ALLERGENI

<< Le attrezzature, i veicoli e/o i contenitori utilizzati per la raccolta, il trasporto o il magazzinaggio di sostanze o prodotti che provocano allergie o intolleranze di cui all’allegato II del regolamento (UE) n. 1169/2011 non devono essere utilizzati per la raccolta, il trasporto o il magazzinaggio di alimenti che non contengono tali sostanze o prodotti a meno che tali attrezzature, veicoli e/o contenitori non siano stati puliti e controllati almeno per verificare l’assenza di eventuali residui visibili di tali sostanze o prodotti >>

 

Con l’obbiettivo di sensibilizzare tutti gli attori della filiera, il regolamento sottolinea l’importanza della gestione del rischio di contaminazione crociata con sostanze in grado di provocare allergie anche alle fasi diverse dalla sola produzione. L’attenzione del legislatore, infatti, si focalizza soprattutto sulle fasi accessorie alla produzione come il trasporto e lo stoccaggio affidandosi sempre all’autocontrollo per la gestione di un rischio particolarmente significativo; basti ricordare che la contaminazione di alimenti con allergeni non dichiarati in etichetta è ancora una delle principali cause di ritiro e richiamo dei prodotti.

 

CULTURA DELLA SICUREZZA ALIMENTARE

Sempre mantenendo uno sguardo ad ampio spettro su tutta la filiera, il nuovo regolamento introduce ufficialmente nella legislazione europea il concetto di cultura della sicurezza alimentare e definisce una serie di requisiti e obbiettivi che l’OSA è tenuto a portare a termine per il suo sviluppo e la diffusione a qualsiasi figura coinvolta. L’obiettivo è quello di promuovere un’adeguata formazione, sensibilizzazione e presa di coscienza da parte di chi manipola gli alimenti sui rischi per la sicurezza dei consumatori.

 

<< 1. Gli operatori del settore alimentare devono istituire e mantenere un’adeguata cultura della sicurezza alimentare, e fornire prove che la dimostrino, rispettando i requisiti seguenti:

  1. impegno da parte della dirigenza, conformemente al punto 2, e di tutti i dipendenti alla produzione e alla distribuzione sicure degli alimenti;
  2. ruolo guida nella produzione di alimenti sicuri e nel coinvolgimento di tutti i dipendenti in prassi di sicurezza alimentare;
  3. consapevolezza, da parte di tutti i dipendenti dell’impresa, dei pericoli per la sicurezza alimentare e

dell’importanza della sicurezza e dell’igiene degli alimenti;

  1. comunicazione aperta e chiara tra tutti i dipendenti dell’impresa, nell’ambito di un’attività e tra attività

consecutive, compresa la comunicazione di deviazioni e aspettative;

  1. disponibilità di risorse sufficienti per garantire la manipolazione sicura e igienica degli alimenti.

 

  1. L’impegno da parte della dirigenza deve comprendere le azioni seguenti:
  2. garantire che i ruoli e le responsabilità siano chiaramente comunicati nell’ambito di ogni attività dell’impresa alimentare;
  3. mantenere l’integrità del sistema di igiene alimentare quando vengono pianificate e attuate modifiche;
  4. verificare che i controlli vengano eseguiti puntualmente e in maniera efficiente e che la documentazione sia aggiornata;
  5. garantire che il personale disponga di attività di formazione e di una supervisione adeguate;
  6. garantire la conformità con i pertinenti requisiti normativi;
  7. incoraggiare il costante miglioramento del sistema di gestione della sicurezza alimentare dell’impresa tenendo conto, ove opportuno, degli sviluppi scientifici e tecnologici e delle migliori prassi. >>

 

 

REDISTRIBUZIONE DEGLI ALIMENTI

Al fine di promuovere e regolamentare la food security e favorire quindi l’accesso e la redistribuzione degli alimenti alle categorie più bisognose, il legislatore ha definiti i criteri base di igiene e sicurezza alimentare che devono rispettare i prodotti oggetto di donazione o altre azioni di solidarietà. L’attenzione a tal proposito è posta sulle responsabilità degli OSA che cedono gli alimenti e sull’onere di verifica da parte di chi li riceve o manipola.

 

Se le novità legislative a proposito della redistribuzione degli alimenti e della lotta agli sprechi possono riguardare solo i soggetti direttamente coinvolti, le nuove disposizioni in materia di gestione degli allergeni e, soprattutto, di sviluppo della cultura della sicurezza alimentare, rappresentano uno stimolo significativo per l’aggiornamento dei manuali HACCP e dei piani di miglioramento delle aziende del settore.

 

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A32021R0382&qid=1614876135049

https://www.greatitalianfoodtrade.it/sicurezza/reg-ue-2081-382-gestione-allergeni-cultura-della-sicurezza-redistribuzione-alimenti

 

Sempre più spesso si sente parlare del bilancio di sostenibilità e dell’importanza che questo ha, non solo per le aziende che hanno l’obbligo di redigerlo, ma soprattutto per chi decide di farlo volontariamente.

 

Che cos’è il bilancio di sostenibilità

Il bilancio di sostenibilità è un documento informativo di carattere non finanziario caratterizzato da un lessico comprensibile, fluido e da rappresentazioni grafiche che l’azienda redige per comunicare agli stakeholder l’impatto della propria attività, sia questo positivo o negativo, sull’ambiente, la società e l’economia.

Non solo, le informazioni contenute nel report vengono utilizzate anche dalla stessa azienda per definire meglio la propria strategia, per valutare opportunità e rischi e per individuare le tematiche più significative su cui concentrarsi per offrire prodotti e servizi ispirati a una maggiore sostenibilità.

 

Normativa

La comunicazione di informazioni di carattere non finanziario è disciplinata a livello europeo dalla direttiva 2014/95, recepita in Italia dal D.Lgs n. 254 del 30 dicembre 2016.

Al contrario del bilancio d’esercizio, che è obbligatorio per tutte le aziende, il bilancio di sostenibilità è obbligatorio solo per banche, assicurazioni e, per tutte le imprese commerciali quotate e con un numero di dipendenti superiore a 500, che abbiano conseguito o un totale dello stato patrimoniale pari a 20 milioni o ricavi al netto di vendite e prestazioni di almeno 40 milioni.

Ad oggi, la legge non prevede ancora un modello unico a cui attenersi nel redigere il report ma esistono diversi organismi a livello internazionale che hanno definito i propri standard e principi di rendicontazione. L’organismo più noto è il Global Reporting Initiative, l’associazione nata proprio con l’intento di accompagnare le aziende nel comunicare l’impatto che queste hanno sulla sostenibilità e scelta dalla maggior parte delle aziende italiane obbligate a redigere questo tipo di rendicontazione.

Gli altri organismi di rendicontazione sono il Sustainability Accounting Standards Board, S.A.S.B. di orgine anglosassone, il Gruppo italiano di Studio sul Bilancio Sociale, G.B.S, e l’International Integrated Reporting Council, I.I.R.C.

Recentemente, anche la Commissione europea è intervenuta in materia di bilancio di sostenibilità, presentando una proposta di direttiva con regole comuni per rendicontare le informazioni sulla sostenibilità delle aziende e che estenderebbe l’obbligo di redigere il bilancio di sostenibilità a tutte le grandi imprese quotate e non quotate a purchè abbiano più di 250 dipendenti, con l’obiettivo di portare la rendicontazione sulla sostenibilità allo stesso livello della rendicontazione finanziaria.

 

Bilancio di sostenibilità per le PMI

Il bilancio di sostenibilità può essere redatto anche su base volontaria dalle piccole medie imprese che vogliono comunicare il proprio impegno in ambito socio ambientale. Misurare e rendicontare il proprio impatto induce l’azienda ad incorporare i principi di fondo della Responsabilità Sociale d’Impresa e di conseguenza a comportarsi in modo responsabile.

I benefici per le PMI che comunicano informazioni legate alla sostenibilità sono riconducibili a:

Seprim fornisce supporto nella redazione del bilancio di sostenibilità. Contattaci per avere maggiori informazioni.

Con la Dir. 2018/851/UE l’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) ha istituito una banca dati contenente le informazioni sugli articoli di cui all’art.33 del Reg.1907/2006/CE.

Dal 5 gennaio 2021, dunque, è entrato in vigore l’obbligo per i fornitori di articoli di utilizzare il database SCIP per notificare all’ECHA, l’agenzia europea per le sostanze chimiche, tutti i prodotti immessi sul mercato UE contenenti sostanze estremamente preoccupanti (SVHC) in quantità superiori allo 0,1% (p/p).

Se prima il fornitore poteva liberamente comunicare al destinatario le informazioni sull’articolo con un format a piacere come, per esempio, sottoforma di dichiarazione, il nuovo adempimento individua come nuovo strumento di comunicazione lo Scip Number, cioè il codice assegnato all’articolo al momento della prima presentazione da parte del fornitore. Inoltre, tutte le informazioni richieste saranno da inserire sul portale di ECHA.

 

Chi sono i soggetti obbligati

I soggetti obbligati a notificare tramite database SCIP sono le aziende che immettono sul mercato prodotti contenenti sostanze della Candidate list in quantità superiore al 0,1% p/p. Quindi potenzialmente:

Non sono obbligati coloro che forniscono articoli direttamente al consumatore finale.

L’obbligo di fornire informazioni all’ECHA inizia con il primo fornitore che dovrà comunicare tutte quelle informazioni utili per identificare il prodotto e distinguerlo dagli altri, come per esempio il nome della sostanza pericolosa, la sua concentrazione percentuale, ed altre informazioni che ne consentano l’uso sicuro e la corretta gestione per quando verrà poi convertito in rifiuto.

Per comunicare le informazioni richieste sarà necessario innanzitutto creare un account gratuito sul sito di ECHA https://ecs.echa.europa.eu/cloud/home.html e poi caricare la notifica su IUCLID (software da scaricare). Le notifiche inviate con strumenti diversi dagli strumenti di presentazione previsti dall’ECHA non saranno prese in considerazione e l’Agenzia non invierà alcun avviso di ricevimento.

L’ECHA ha anche definito altre due modalità, per comunicare informazioni che siano già state notificate all’ente. Queste sono:

In base alle disposizioni nuove disposizioni, dunque, molti formulatori e distributori di articoli adempiere all’obbligo di notifica alla nuova Banca Dati Europea, creata al fine di armonizzare le modalità di trasmissione delle informazioni su tutto il territorio dell’Unione Europea. Seprim offre il servizio di supporto tecnico negli adempimenti normativi e di notifica.

La carbon footprint è un indicatore ambientale che misura la quantità di emissioni di gas serra generate da un prodotto, da un servizio, un’attività o un’organizzazione.

Conoscere la quantità di emissioni che un’attività di qualsiasi settore genera è importante per prendere coscienza del proprio impatto ambientale, per poterlo comunicare al pubblico e soprattutto per ridurlo intervenendo su processi o sui prodotti.

 

CARBON FOOTPRINT DI SISTEMA ISO 14064-1:2019

La carbon footprint di sistema è lo strumento attraverso il quale è possibile determinare quanto la propria organizzazione contribuisce ad aumentare l’effetto serra in atmosfera.

Si calcola attraverso un’analisi delle quantità di gas Co2 equivalenti generate dai processi che compongono l’organizzazione.

I dati sono raccolti con modalità di tipo diretto (sul campo) e indiretto (mediante utilizzo di banche dati presenti in software autorizzati).

La carbon footprint di sistema può essere determinata anche con riferimento ad una singola attività come un cantiere o l’organizzazione di un evento.

 

CARBON FOOTPRINT DI PRODOTTO ISO 14067:2018

Un prodotto genera, nel corso del suo ciclo di vita, emissioni che possono variare in funzione delle materie prime impiegate, delle caratteristiche del processo produttivo, delle modalità di utilizzo e di smaltimento a fine vita.

Per effettuare lo studio dell’impronta ambientale di un prodotto deve essere condotta un’analisi sull’intero ciclo di vita, applicando la metodologia Life Cycle Assessment, LCA.

 

BENEFICI

Grazie alla carbon footprint, l’impresa può comprendere il diverso impatto ambientale delle attività e le cause all’origine delle emissioni di gas serra, riuscendo a capire dove e come intervenire per poterle ridurre.

La carbon footprint migliora la green reputation aziendale, suscita l’interesse dei consumatori, e permette all’azienda di partecipare a gare pubbliche e di accedere a finanziamenti concessi sempre più frequentemente sulla base di parametri ambientali.

Chi intraprende questo percorso acquisisce dati e strumenti utili per monitorare il miglioramento delle performance ambientali dell’azienda, conseguendo un vantaggio competitivo.

Il 5 gennaio 2021 entrerà in vigore l’obbligo di notifica alla Banca Dati SCIP di tutti gli articoli contenenti sostanze SVHC (sostanze estremamente preoccupanti) in quantità superiori allo 0,1% (p/p)

SCIP (Substances of Concern In articles as such or in complex objects –Products), è la banca dati che raccoglie e fornisce informazioni sulle sostanze che destano preoccupazione in articoli in quanto tali o in oggetti complessi (prodotti).

Si tratta di un’estensione dell’obbligo di comunicazione sancito dall’art. 33, par. 1, del Reg. 1907/2006 REACH.

I fornitori di articoli dovranno comunicare le informazioni dei propri prodotti contenenti sostante in candidate list ai relativi destinatari e anche all’ECHA (l’agenzia europea per le sostanze chimiche), caricando tali informazioni nel database SCIP

 

Gli obiettivi dello SCIP sono di:

I fornitori di articoli obbligati a notificare le sostanze SVHC alla banca dati SCIP sono:

I dettaglianti e gli altri operatori della catena di approvvigionamento che forniscono prodotti direttamente ai consumatori non sono tenuti a notificare alla banca dati SCIP.

 

Le aziende che producono, assemblano, importano o distribuiscono articoli che contengono tali sostanze in quantità superiori al limite predefinito devono notificare le informazioni nello SCIP relative a:

 

Seprim srl propone un seminario on-line per illustrare le novità in materia ai propri clienti.

“Il Database SCIP”

Il seminario si terrà il giorno 18 dicembre dalle ore 9:30 alle ore 11:30 in diretta streaming.

Durante l’incontro saranno tratti i seguenti argomenti:

Quota di partecipazione: € 80

Per iscriverti clicca qui

Il 1° gennaio 2021 è entrato in vigore l’obbligo sancito dal Reg. UE 542/2017 di apporre sulle etichette dei prodotti classificati come pericolosi e che presentano rischi per la salute o un pericolo per l’incolumità della persona, un codice alfanumerico chiamato UFI (Unique Formula Identifier).

Il codice UFI dovrà essere creato dalla stessa azienda e poi comunicato ai centri anti veleni in modo da permettere a questi di velocizzare il reperimento delle informazioni dei prodotti ritenuti pericolosi in caso di emergenza.

CHI SONO I SOGGETTI OBBLIGATI?

I soggetti obbligati ad utilizzare il codice UFI sono:

Sono escluse dall’obbligo di notifica le miscele utilizzate a fini di ricerca e sviluppo scientifici, per attività di ricerca e sviluppo orientate ai prodotti e ai processi, le miscele classificate solo come gas sotto pressione o esplosivi, quelle classificate solo per pericoli ambientali ed infine le miscele soggette a etichettatura supplementare ma classificate come non pericolose.

Il codice UFI garantisce la riservatezza dei dati aziendali e non è possibile decodificare dall’UFI le informazioni sulla composizione della miscela. Solo i centri antiveleni sapranno quale composizione di miscela corrisponde all’UFI fornito. Nel caso in cui la miscela immessa sul mercato fosse ottenuta mescolando due o più miscele, l’UFI potrà essere utilizzato in modo sicuro nella catena di approvvigionamento e sarà possibile ricevere un UFI dal fornitore a monte o trasmettere un UFI al responsabile della formulazione a valle anziché rivelare la composizione completa.

Tuttavia, prima di essere trasmesso nella catena di approvvigionamento, l’UFI dovrà essere già noto ai centri antiveleni.

CHE COSA SERVE PER CREARE UN CODICE UFI?

Per creare un UFI per una miscela, è necessario avere:

Questi due numeri dovranno poi essere inseriti nello strumento online generatore di UFI dell’ECHA https://poisoncentres.echa.europa.eu/it/ufi-generator che creerà e restituirà il codice UFI.

Se un’azienda utilizza già dei codici di formulazione interni che sono solo numerici e composti da cifre comprese tra 0 e 268 435 255, allora questi potranno essere utilizzati direttamente nel generatore di UFI.

Se invece i codici sono alfanumerici o contengono altri caratteri, è necessario prima assegnare nuovi numeri di formulazione alle miscele che rispettano il formato richiesto.

È essenziale non riutilizzare lo stesso numero di formulazione usando lo stesso numero di partita IVA quando le miscele hanno composizioni diverse.

La condizione per l’assegnazione di un UFI è che tutti i prodotti etichettati e notificati con lo stesso UFI abbiano la stessa composizione di miscela.

DOVE POSIZIONARE IL CODICE UFI?

L’UFI deve essere stampato o apposto sull’etichetta di tutti i prodotti contenenti miscele pericolose (può essere apposto anche sull’imballaggio del prodotto, purché sia posto accanto agli altri elementi dell’etichetta).

Il codice deve essere chiaramente visibile e leggibile sull’etichetta del prodotto e deve essere posizionato in modo da essere facilmente localizzabile (ad esempio vicino al codice a barre o ai pittogrammi di pericolo) per facilitare la sua comunicazione ai centri antiveleni.

L’acronimo «UFI» deve figurare in lettere maiuscole ed essere seguito da due punti e un codice alfanumerico di 16 caratteri. Il codice è diviso in quattro blocchi, ciascuno separato da un trattino. Ad esempio:

UFI: N1QV-R02N-J00M-WQD5

Se la miscela non ha un imballaggio, l’UFI deve essere indicato nella sezione 1.1 della scheda di dati di sicurezza.

Nel caso di miscele utilizzate presso siti industriali, l’UFI può essere indicato in alternativa nella sezione 1.1 della scheda di dati di sicurezza.

Un nuovo UFI deve essere generato solo quando si verifica un cambiamento nella composizione della miscela, per esempio se un componente viene aggiunto, eliminato o sostituito, o se le concentrazioni dei componenti cambiano oltre l’intervallo di variazione consentito. In tutti questi casi è necessario aggiornare anche l’intera notifica.

È possibile utilizzare lo stesso codice UFI anche per prodotti commercializzati con nomi diversi, purché la loro miscela sia identica. Allo stesso modo, alla stessa miscela si può assegnare più di un codice UFI in modo tale che ciascun prodotto abbia il proprio codice.

CODICE UFI E SCHEDA DI SICUREZZA, LE NOVITÀ:

Data la correlazione esistente tra il contenuto delle etichette e le schede di sicurezza, anche per queste ultime entrano in vigore nuovi obblighi normativi. Il reg. 878/2020 prevede un aggiornamento dei contenuti delle schede di sicurezze (SDS).

Le novità principali riguardano l’inserimento nella SDS del codice UFI (sezione 1) e altre modifiche più tecniche relative alle caratteristiche del chemicals (sezioni 3,9,11).

Il reg. 878/2020 si applica a partire dal 1° gennaio 2021, però c’è il periodo transitorio che va fino al 31 dicembre 2022 nel quale i chemicals, soggetti ad obbligo di scheda di sicurezza, possono comunque essere commercializzati con le attuali SDS.

L’azienda può anche decidere di assegnare un UFI anche a una miscela non classificata come pericolosa. In tali casi l’inclusione del codice nell’etichetta è facoltativa ma il codice dovrà essere comunque trasmesso ai centri antiveleni per consentire loro di effettuare il collegamento tra la miscela in un’altra miscela e le relative informazioni.

QUANDO ENTRA IN VIGORE L’OBBLIGO?

Per le miscele non ancora presenti sul mercato, si applicherà l’obbligo di presentare informazioni armonizzate e di apporre l’UFI sull’etichetta dal:

Le miscele già notificate a livello nazionale ai sensi della legislazione vigente restano valide fino al 1° gennaio 2025

MOCA: Materiali e oggetti a contatto con gli alimenti

Mercoledì 24 febbraio ore 16:00 in streaming

Seprim srl organizza un corso di formazione in accordo con APINDUSTRIA Mantova rivolto ai produttori e utilizzatori di macchine, impianti e attrezzature destinate al trasporto o alla lavorazione di alimenti, per chiarire quali siano i requisiti di sicurezza alimentare previsti dalla normativa MOCA (materiali a contatto con alimenti).

Durante l’incontro saranno illustrati i requisiti di conformità previsti dalle normative e verrà analizzata la documentazione che i produttori devo rilasciare per garantire la conformità dei loro prodotti.

CONTENUTI

 

Relatore : Dott. Pierpaolo Freddi, Docente e consulente in sicurezza dei materiali da contatto con gli alimenti.

Quota di partecipazione: € 40 + Iva.  L’iscrizione di più partecipanti per azienda comporta comunque il versamento di una sola quota.

Per maggiori informazioni scrivi a info@seprim.it

Iscriviti ora 

Seprim Ambiente & Energia, la società di servizi specializzata nelle tematiche di efficientamento energetico, Sistemi di Gestione dell’Energia ed ecoprogettazione del prodotto ha lanciato online il nuovo sito, www.seprimenergia.it, dedicato ai temi dell’efficienza e del risparmio energetico per le imprese e della sostenibilità ambientale di prodotti e servizi.

Il sito, oltre ad illustrare nel dettaglio i nuovi servizi offerti da Seprim, si propone di offrire un supporto a tutti gli utenti con informazioni, casi studio e news aggiornate sia di carattere tecnico che normativo, focalizzate su questi ambiti.

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